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	<title>Cinema Kino-Dessé &#187; Prima Visione Dessé</title>
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		<title>Chiusura temporanea causa maltempo</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 21:13:11 +0000</pubDate>
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		<title>Benvenuti al Nord</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 23:06:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Trama &#8211; Le vicende del &#8216;nordista&#8217; Alberto e del &#8216;sudista&#8217; Mattia, con le rispettive famiglie, sono destinate a incrociarsi ancora, ma con nuovi presupporti. Silvia, la moglie di Alberto, ormai detesta Milano: polveri sottili, ozono troposferico e il marito interamente assorbito dal lavoro, anzi, dal famigerato progetto e.r.p.e.s. (acronimo: efficienza, rapidità, puntualità, energia, sorriso) delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span class="fontYellowB">Trama</span></strong> &#8211; <span class="fontwhite">Le vicende del &#8216;nordista&#8217; Alberto e del &#8216;sudista&#8217; Mattia, con le rispettive famiglie, sono destinate a incrociarsi ancora, ma con nuovi presupporti. Silvia, la moglie di Alberto, ormai detesta Milano: polveri sottili, ozono troposferico e il marito interamente assorbito dal lavoro, anzi, dal famigerato progetto e.r.p.e.s. (acronimo: efficienza, rapidità, puntualità, energia, sorriso) delle Poste. Nel frattempo lo scansafatiche Mattia e la moglie Maria vivono a casa della madre, con il figlioletto Edinson. Ma poi, l&#8217;arrivo a Milano di Mattia &#8211; con annesso giubbotto fendinebbia &#8211; travolgerà ancora una volta la vita di Alberto.</span></p>
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	<![CDATA[<table class="orari"><tr><td>giovedì 26 gennaio</td><td> vedi Altre Rassegne</td></tr><tr><td>venerdì 27 gennaio</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>sabato 28 gennaio</td><td> 18:00 20:15 22:30</td></tr><tr><td>domenica 29 gennaio</td><td> 18:00 20:15</td></tr><tr><td>lunedì 30 gennaio</td><td> riposo</td></tr><tr><td>martedì 31 gennaio</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>mercoledì  1 febbraio</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>giovedì  2 febbraio</td><td> vedi KinOOpera</td></tr></table>]]>	</item>
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		<title>Benvenuti al Nord</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 07:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cinema</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trama &#8211; Le vicende del &#8216;nordista&#8217; Alberto e del &#8216;sudista&#8217; Mattia, con le rispettive famiglie, sono destinate a incrociarsi ancora, ma con nuovi presupporti. Silvia, la moglie di Alberto, ormai detesta Milano: polveri sottili, ozono troposferico e il marito interamente assorbito dal lavoro, anzi, dal famigerato progetto e.r.p.e.s. (acronimo: efficienza, rapidità, puntualità, energia, sorriso) delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span class="fontYellowB">Trama</span></strong> &#8211; <span class="fontwhite">Le vicende del &#8216;nordista&#8217; Alberto e del &#8216;sudista&#8217; Mattia, con le rispettive famiglie, sono destinate a incrociarsi ancora, ma con nuovi presupporti. Silvia, la moglie di Alberto, ormai detesta Milano: polveri sottili, ozono troposferico e il marito interamente assorbito dal lavoro, anzi, dal famigerato progetto e.r.p.e.s. (acronimo: efficienza, rapidità, puntualità, energia, sorriso) delle Poste. Nel frattempo lo scansafatiche Mattia e la moglie Maria vivono a casa della madre, con il figlioletto Edinson. Ma poi, l&#8217;arrivo a Milano di Mattia &#8211; con annesso giubbotto fendinebbia &#8211; travolgerà ancora una volta la vita di Alberto.</span></p>
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	<![CDATA[<table class="orari"><tr><td>mercoledì 18 gennaio</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>giovedì 19 gennaio</td><td> vedi KinOOpera</td></tr><tr><td>venerdì 20 gennaio</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>sabato 21 gennaio</td><td> 18:00 20:15 22:30</td></tr><tr><td>domenica 22 gennaio</td><td> 18:00 20:15</td></tr><tr><td>lunedì 23 gennaio</td><td> riposo</td></tr><tr><td>martedì 24 gennaio</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>mercoledì 25 gennaio</td><td> 21:30</td></tr></table>]]>	</item>
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		<title>La talpa</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 22:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cinema</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trama &#8211; 1973. La Guerra Fredda continua a compromettere le relazioni internazionali e a minare anche la sicurezza del Regno Unito affidata al Circus, un settore del Secret Intelligence Service (altrimenti noto come MI6), il cui capo è un agente dal nome in codice &#8216;Controllo&#8217;. Dopo una missione finita in tragedia, Controllo sarà costretto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span>Trama</span> &#8211; <span>1973. La Guerra Fredda continua a compromettere le relazioni internazionali e a minare anche la sicurezza del Regno Unito affidata al Circus, un settore del Secret Intelligence Service (altrimenti noto come MI6), il cui capo è un agente dal nome in codice &#8216;Controllo&#8217;. Dopo una missione finita in tragedia, Controllo sarà costretto a uscire dal Circus insieme al suo fidato luogotenente, George Smiley, una grintosa spia in carriera. Smiley, infatti, verrà riassunto in segreto dietro ordine del governo per scoprire un eventuale doppiogiochista o talpa al servizio dei sovietici, che sta mettendo in pericolo l&#8217;Inghilterra. Con l&#8217;aiuto dell&#8217;agente più giovane Peter Guillam, Smiley passerà al setaccio le attività del Circus passate e presenti cercando di smascherare &#8220;Tinker,Taylor, Soldier, Spy&#8221;, ovvero chi tra i suoi ex colleghi abbia tradito il Paese&#8230;</span></div>
<div></div>
<div style="text-align: right;">.</div>
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<p>Critica &#8211; (&#8230;) La trama è complicatissima ma tutto viene portato avanti dalle atmosfere, che ricreano la Guerra Fredda con fortissimo potere evocativo. Alfredson è il regista svedese di “Lasciami entrare”, e conferma un talento visivo davvero notevole. Ma la cosa fantastica del film sono gli attori, uno meglio dell’altro (&#8230;) Alberto Crespi &#8211; Testata: <strong>l&#8217;Unità</strong></p>
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<div style="text-align: right;">.</div>
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<p>(&#8230;) una trama che lo svedese Tomas Alfredson di Lasciami entrare svolge con raffinata abilità come una partita a scacchi giocata di sguardi. La trovata vincente è che scene e costumi hanno uno stile fuori tempo, suggerendo che i personaggi implicati vengono da un passato lontano e comune(&#8230;) Gary Oldman incarna uno Smiley crudo, solitario, chiuso in una maschera da cui tuttavia trapela una dolente emozionalità e un inattaccabile senso morale; lo attornia un cast di prima classe che include Colin Firth, John Hurt, Mark Strong. Alessandra Levantesi Kezich &#8211; Testata: <strong>La Stampa</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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</div>
<p>(&#8230;) una sceneggiatura perfettamente oliata (&#8230;) un cast di fuoriclasse, guidati da Gary Oldman (nel ruolo di George Smiley), Colin Firth e John Hurt. Paolo Mereghetti &#8211; Testata: <strong>Il corriere della sera</strong></p>
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	<![CDATA[<table class="orari"><tr><td>giovedì 12 gennaio</td><td> riposo</td></tr><tr><td>venerdì 13 gennaio</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>sabato 14 gennaio</td><td> 17:30 20:00 22:30</td></tr><tr><td>domenica 15 gennaio</td><td> 17:30 20:00</td></tr><tr><td>lunedì 16 gennaio</td><td> riposo</td></tr><tr><td>martedì 17 gennaio</td><td> 21:30</td></tr></table>]]>	</item>
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		<title>Emotivi anonimi</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 02:25:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Trama - La bella Angélique, esperta nella preparazione di golosità al cioccolato, lavora nell&#8217;azienda diretta da Jean-René Van Den Hugde. La passione per l&#8217;arte della cioccolata li accomuna ed entrambi sono attratti l&#8217;uno dall&#8217;altra, ma la loro timidezza cronica non permette alcun avvicinamento, nonostante i tentativi di amici e colleghi per abbattere il muro d&#8217;introversione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="fontYellowB">Trama</span> <span class="fontwhite">- La bella Angélique, esperta nella preparazione di golosità al cioccolato, lavora nell&#8217;azienda diretta da Jean-René Van Den Hugde. La passione per l&#8217;arte della cioccolata li accomuna ed entrambi sono attratti l&#8217;uno dall&#8217;altra, ma la loro timidezza cronica non permette alcun avvicinamento, nonostante i tentativi di amici e colleghi per abbattere il muro d&#8217;introversione e insicurezza che li divide. Troveranno il coraggio per dichiararsi a vicenda i loro sentimenti e superare la mancanza di fiducia nel mondo che li circonda?</span></p>
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	<![CDATA[<table class="orari"><tr><td>giovedì  5 gennaio</td><td> 18:30 20:30 22:30</td></tr><tr><td>venerdì  6 gennaio</td><td> 18:30 20:30 22:30</td></tr><tr><td>sabato  7 gennaio</td><td> 18:30 20:30 22:30</td></tr><tr><td>domenica  8 gennaio</td><td> 18:30 20:30</td></tr><tr><td>lunedì  9 gennaio</td><td> riposo</td></tr><tr><td>martedì 10 gennaio</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>mercoledì 11 gennaio</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>giovedì 12 gennaio</td><td> riposo</td></tr></table>]]>	</item>
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		<title>Emotivi anonimi</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 22:20:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Trama - La bella Angélique, esperta nella preparazione di golosità al cioccolato, lavora nell&#8217;azienda diretta da Jean-René Van Den Hugde. La passione per l&#8217;arte della cioccolata li accomuna ed entrambi sono attratti l&#8217;uno dall&#8217;altra, ma la loro timidezza cronica non permette alcun avvicinamento, nonostante i tentativi di amici e colleghi per abbattere il muro d&#8217;introversione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="fontYellowB">Trama</span> <span class="fontwhite">- La bella Angélique, esperta nella preparazione di golosità al cioccolato, lavora nell&#8217;azienda diretta da Jean-René Van Den Hugde. La passione per l&#8217;arte della cioccolata li accomuna ed entrambi sono attratti l&#8217;uno dall&#8217;altra, ma la loro timidezza cronica non permette alcun avvicinamento, nonostante i tentativi di amici e colleghi per abbattere il muro d&#8217;introversione e insicurezza che li divide. Troveranno il coraggio per dichiararsi a vicenda i loro sentimenti e superare la mancanza di fiducia nel mondo che li circonda?</span></p>
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	<![CDATA[<table class="orari"><tr><td>lunedì  2 gennaio</td><td> riposo</td></tr><tr><td>martedì  3 gennaio</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>mercoledì  4 gennaio</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>giovedì  5 gennaio</td><td> 18:30 20:30 22:30</td></tr><tr><td>venerdì  6 gennaio</td><td> 18:30 20:30 22:30</td></tr><tr><td>sabato  7 gennaio</td><td> 18:30 20:30 22:30</td></tr><tr><td>domenica  8 gennaio</td><td> 18:30 20:30</td></tr><tr><td>lunedì  9 gennaio</td><td> riposo</td></tr></table>]]>	</item>
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		<title>The Artist</title>
		<link>http://kino-desse.org/2011/12/29/the-artist-3/</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 11:24:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cinema</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trama &#8211; Hollywood, 1927. George Valentin è una star del cinema muto che si trova ad affrontare il proprio declino artistico a causa dell&#8217;avvento del sonoro. Al contrario, Peppy Miller, una giovane comparsa, sta per diventare una diva. La fama, l&#8217;orgoglio e i soldi ostacoleranno la loro storia d&#8217;amore. &#160; &#160; Critica &#8211; &#8220;Un film [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Trama &#8211; Hollywood, 1927. George Valentin è una star del cinema muto che si trova ad affrontare il proprio declino artistico a causa dell&#8217;avvento del sonoro. Al contrario, Peppy Miller, una giovane comparsa, sta per diventare una diva. La fama, l&#8217;orgoglio e i soldi ostacoleranno la loro storia d&#8217;amore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Critica &#8211; &#8220;Un film in bianco e nero e completamente muto: la scommessa non poteva essere più rischiosa eppure Michel Hazanavicius l&#8217;ha vinta a mani basse, raccogliendo finora l&#8217;applauso più caloroso e entusiasta della stampa. (&#8230;) La storia di &#8216;The Artist&#8217; è di quelle che rassicurano il pubblico (ascesa e caduta di un divo del muto ma con riscatto e lieto fine incluso), a ricordarci che il cinema che regala sogni e non incubi ha ancora i suoi fan, pure tra i paladini della &#8216;politique des auteurs&#8217;. (&#8230;) Girato come un vero film muto, con il formato quadrato e le didascalie per spiegare i dialoghi, fotografato in un raffinato bianco e nero d&#8217;epoca, il film gioca con l&#8217;immaginario di Hollywood dove tutti i produttori sono grassi e fumano sigari giganteschi e racconta il momento cruciale del passaggio dal muto al sonoro: il vecchio divo (Jean Dujardin) non vi si adegua mentre la giovane comparsa sì (Bérénice Bejo), condannando all&#8217;oblio il primo e al successo la seconda. Ma il piacere del film non è tanto nel seguire la storia quanto nel modo in cui il regista gioca con gli ostacoli che gli derivano dal girare un film senza parole e che trovano nel sogno del protagonista (ogni cosa fa rumore ma lui non riesce a emettere un suono) il suo momento più esilarante e indovinato.&#8221; (Paolo Mereghetti, &#8216;Il Corriere della Sera&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;&#8216;The Artist&#8217; è la &#8216;bomba&#8217; che non ti aspetti. Un film in bianco e nero, muto, pieno di rimandi, che parla di cinema nella Hollywood degli anni 30. Sembra il classico paradosso che piace tanto ai francesi, l&#8217;anti Avatar che strappa applausi in piena 3D mania. Una follia. Invece non c&#8217;è traccia di leziosità intellettuale, e i critici, evento rarissimo, sono entusiasti. (&#8230;) Più tardi, un altro trionfo: tredici muniti di applausi dal pubblico. La platea, superati i primi cinque minuti (necessari per prendere le misure, &#8216;sintonizzarsi&#8217; sulla preistoria del cinema, abituarsi ai mancati dialoghi) si distende e capisce che le possibilità emotive delle immagini sono infinite, anche se guardano indietro invece che al domani tecnologico. Finora, è la sorpresa del festival. (&#8230;) Questo film è una storia d&#8217;amore e un atto d&#8217;amore per il cinema&#8221; (Valerio Cappelli, &#8216;Il Corriere della Sera&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Ci sono film fatti con tanta minuziosa passione che non sembrano frutto del lavoro di un autore e nemmeno dei suoi collaboratori, ma di tutti coloro che diedero forma, in origine, al mondo rievocato; e forse di tutti gli spettatori che hanno tenuto in vita quel mondo esistito solo al cinema per pochi decenni ma ancora vivo nella nostra memoria, dunque in certo modo più vero del vero. È il caso dell&#8217;irresistibile &#8216;The Artist&#8217; di Michel Hazanavicius, osannato dalla migliore platea che potesse augurarsi un lavoro simile. Una tribù cosmopolita di cinefili pronti a andare in estasi per ogni dettaglio di questo film muto fatto proprio come ai tempi del muto, dalle luci ai costumi, dai titoli di testa al gioco delle inquadrature, dalla magistrale colonna sonora al linguaggio del corpo e ai mille prestiti e citazioni con cui Hazanavicius e i suoi portentosi protagonisti, Jean Dujardin e la franco-argentina Bérénice Béjo, danno vita a personaggi e intreccio.&#8221; (Fabio Ferzetti, &#8216;Il Messaggero&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Regalo di Cannes ai cinefili, che in Francia sono quasi un partito politico. &#8216;L&#8217;artista&#8217; di Michel Hazanavicius (cognome lituano, ma è nato a Parigi) è il trionfo della citazione colta e popolare al tempo stesso, è un gioco di &#8216;cinema nel cinema&#8217; raffinatissimo che ha strappato un lunghissimo applauso alla proiezione stampa. Ed è anche un film coraggioso: è in bianco e nero e totalmente muto, con le didascalie, come i gloriosi film ante-1927. (&#8230;) Giocato sui registri del mélo e della commedia musicale, ma con un&#8217;ironia di fondo che lo rende di fatto una commedia, &#8216;L&#8217;artista&#8217; è un curioso esperimento di stile in cui la cinefilia non deborda e permette al film di essere godibile. Ci sono alcuni attori anglofoni (John Goodman, Malcolm McDowell, James Cromwell) ma i due protagonisti sono francesi: Jean Dujardin è un comico televisivo che in Francia è una star, Bérénice Bejo è un&#8217;attrice nata in Argentina che a teatro ha fatto anche &#8216;L&#8217;opera da tre soldi&#8217;. Sono bravissimi: basterebbe il numero di tip-tap nel finale per consacrarli hollywoodiani ad honorem.&#8221; (Alberto Crespi, &#8216;L&#8217;Unità&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Sorpresa, il film-rivelazione di Cannes 2011 è muto e in bianco e nero. E conquista la Croisette nell&#8217;era del 3D, tra cupissime storie d&#8217;autore e blockbuster fracassoni. Cade giù la sala dalle ovazioni quando scorrono i titoli di coda di &#8216;The Artist&#8217;, diretto dal regista francese Michel Hazanavicius e invitato al Festival in extremis, a pochi giorni dall&#8217;inaugurazione. Sia la stampa internazionale sia il pubblico in abito da sera rimangono incantati da quest&#8217;opera originalissima, ambientata negli anni Venti, che ha per protagonista un divo del cinema muto silurato da Hollywood all&#8217;avvento del sonoro e poi risorto grazie all&#8217;amore di una donna. E&#8217; un film esilarante, pieno di grazia ed eleganza, un omaggio al cinema del passato. Lo interpretano, applauditissimi, Jean Dujardin e Bérénice Bejo. Risate e battimani scandiscono la proiezione e ce n&#8217;è anche per il cane, un personaggio in piena regola che strappa boati di entusiasmo.&#8221; (Gloria Satta, &#8216;Il Messaggero&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;La rivelazione di questo Festival s&#8217;intitola &#8216;L&#8217;artiste&#8217;, è un film muto, è un film in bianco e nero e quando finisce ti rendi conto che il cinema è questa cosa qui, la recitazione e l&#8217;immagine, la musica, il racconto scritto e l&#8217;emozione che l&#8217;insieme trasmette. (&#8230;) Il film è un film francese, e già questo è significativo: il regista si chiama Michel Hazanavicius, da noi purtroppo sconosciuto, ma le sue parodie dei film anni Sessanta di &#8216;OSS 117&#8242; (lo &#8217;007&#8242; d&#8217;oltralpe), ne hanno fatto in patria un campione d&#8217;incassi. Francese è Jean Dujardin, attore popolarissimo fra i suoi connazionali; Bérénice Bejo è invece argentina di nascita, ma francese d&#8217;elezione, nonché moglie dello stesso Hazanavicius. &#8216;L&#8217;Artiste&#8217; è però anche un omaggio al cinema americano dell&#8217;età del jazz, quando King Vidor, Lang, Murnau e Lubitsch sbarcano a Hollywood per girare le prime grandi produzioni, Hitchcock e John Ford muovono i primi passi, Billy Wilder debutta come sceneggiatore. E&#8217; un omaggio che si avvale di grandi caratteristi, James Cromwell, John Goodmann, addirittura Malcom McDowell in un brevissimo cameo, e del décor che segnò quell&#8217;epoca: la casa di Peppy Miller, l&#8217;attrice che il parlato porta al trionfo e che sarà l&#8217;ancora di salvezza di Valentin, è quella di Mary Pickford, così come il letto in cui Valentin si sveglia dopo l&#8217;incendio che gli ha distrutto la casa. Ironico e malinconico, &#8216;L&#8217;Artiste&#8217; non è una parodia né un pastiche, ma intelligentemente e con leggerezza recupera lo spirito di un mondo scomparso e lo fa rivivere sotto i nostri occhi.&#8221; (Stenio Solinas, &#8216;Il Giornale&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;Come fare un film muto, in bianco e nero, con le didascalie, una star col balletto alla Fairbanks, una fanciulla timida e un cane così simpatico che chiama la battuta: &#8216;Gli manca solo la parola&#8217;, e avere successo. Nel 2011? Sì. A Cannes? Al festival internazionale del cinema di Cannes. Quando? Ieri, oggi. E domani. Diretto dal francese Michel Hazanavicius, &#8216;The Artist&#8217;, che doveva figurare fuori concorso e ora si trova in competizione tra i papabili a un premio, ha il fascino dell&#8217;antichità rivisitata, l&#8217;ironia dell&#8217;attualità decaduta e mitizzata e una dose di romanticismo esplicito che lo salva dal sospetto di operazione nostalgica. Anzi, è una sfida decidere di azzerare i modelli di comunicazione cinematografica del terzo millennio e riportare il pubblico indietro di ottant&#8217;anni, espressioni marcate, volti sovrapposti ad antiche memorie, gesti puntualizzati.&#8221; (Silvio Danese, &#8216;Nazione- Giorno &#8211; Carlino&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;Un film muto e in bianco e nero sugli splendori e le miserie della vecchia Hollywood: una scommessa azzardata sulla quale pochi avrebbero avuto il coraggio di puntare, ma una scommessa stravinta. Perché &#8216;The Artist&#8217;, il film dello sconosciuto Michel Hazanavicius messo all&#8217;ultimo minuto in concorso dal direttore Thierry Fremaux, è la vera rilevazione di questo festival disseminato di celebrati maestri.&#8221; (Titta Fiore, &#8216;Il Mattino&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;Risate, applausi, spettatori rapiti, almeno quelli un po&#8217; più agée. Inserito all&#8217;ultimo momento in gara, &#8216;The Artist&#8217; di Michael Hazanavicius, potrebbe essere l&#8217;outsider che spiazza le previsioni di un concorso grandi firme. (&#8230;) La scommessa era temeraria, ma, stando all&#8217;accoglienza della stampa, Hazanavicius l&#8217;ha vinta su tutta la linea. (&#8230;) Il viaggio nel passato è reso possibile dalle prove degli attori, stupendi interpreti di un&#8217;epoca leggendaria che non hanno avuto la fortuna di vivere. (&#8230;) Bérénice Bejo, che sembra fatta apposta per il look Anni 20, ha superato i timori fidandosi a occhi chiusi dell&#8217;autore. (&#8230;) L&#8217;altra magnifica presenza di &#8216;The Artist&#8217; è John Goodman, nei panni del produttore Al Zimmer, stazza imponente e sigaro in bocca, come nella migliore tradizione dei tycoon hollywoodiani.&#8221; (Fulvia Caprara, &#8216;La Stampa&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;Sicuramente è un esercizio di stile, ma anche se fosse solo quello (e non è) il film &#8216;The Artist&#8217; del regista francese Michel Hazanavicius, passato in concorso qui al Festival di Cannes, sarebbe sicuramente un bell&#8217;esercizio di stile. Anomalo, per cominciare. Il film infatti è muto (o meglio: non parlato), proprio come muto era il cinema delle origini, è girato con lo stile e il formato della pellicola di allora, in bianco e nero, naturalmente e si ispira al filone avventuroso-romantico tipico di molte pellicole dell&#8217;epoca che rimestavano in un certo qual esotismo da cartolina per titillare l&#8217;immaginario di un pubblico che non conosceva ancora (fortunatamente) le gioie effimere del turismo low cost o della crociera &#8216;all inclusive&#8217;. Ma il film, come accennavamo, è anche qualcosa di più: il tentativo di rintracciare e descrivere quel particolare momento, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, in cui il cinema progredendo tecnicamente, passava dal muto al sonoro. Oggi forse non ne percepiamo interamente la portata storica ma allora fu veramente un passaggio epocale.&#8221; (Andrea Frambrosi, &#8216;L&#8217;Eco di Bergamo&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;E&#8217; muto, ma parla: al cuore e alla testa. E&#8217; &#8216;The Artist&#8217; del francese Michel Hazanavicius, che ci riporta indietro ai bei tempi della settima arte, quando le labbra si muovevano ma senza profferire verbo. Hollywood, 1927, George Valentin (Jean Dujardin, miglior attore a Cannes) è una superstar del muto, stile Rodolfo Valentino e William Powell: accompagnato dal suo istrionico cagnolino (Uggy), può tutto, compreso fare di una figurante, Peppy Miller (Bérénice Belo, sensuale), una diva. Viceversa, lui se la passerà male: arriva il &#8217;29, soprattutto arrivano i talkies (i film parlanti), un incubo che non può accettare. Rifiuto ricambiato: la Kinograph lo scarica per puntare proprio su Peppy&#8230; Operazione postmoderna che nella transizione muto-sonoro evoca l&#8217;odierno switch over pellicola-digitale, non ha però nella perfezione estetica la freddezza del metacinema cerebrale: l&#8217;arte pulsa, il cuore batte emozioni eterne. E dietro lo struggente, romantico passo a due di George e Peppy, spunta la canaglia nostalgia per un cinema che non è più, ed è ancora. Lunga vita a &#8216;The Artist&#8217;!&#8221; (Federico Pontiggia, &#8216;Il Fatto Quotidiano&#8217;, 8 dicembre 2011)</p>
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<p>&#8220;II b&amp;n silenzioso di &#8216;The Artist&#8217; incantò Cannes e i cinephiles stanchi della (e)motion-capture, felici di ritrovarsi tra i fotogrammi delle origini. L&#8217;emozione però non vive di rendita. La Hollywood 1927 rivista dal quarantenne francese Michel Hazanavicius (&#8216;Oss-117&#8242;, prequel popolare di Bond) è a rischio banalità d&#8217;autore e si presta ad allegre sviste filologiche, meno divertenti di quelle dichiarate di Woody Allen (&#8216;Midnight in Paris&#8217;). Il regista, che pur evoca nelle dichiarazioni Murnau, Borzage, Vidor e Chaplin, ha in mente il cinema camp anni 50, la fiammeggiante &#8216;sf&#8217;, comic e esotismi da Drive-in trasferiti sul confine del sonoro per il suo omaggio al silent-movie. L&#8217;attore sorpreso dalla parola e precipitato nella polvere a causa di una voce stonata è il leit-motiv di molto cinema, da &#8216;Cantando sotto la pioggia&#8217; in poi, ma non bastano gag di repertorio per ritrovare il fascino del muto. (&#8230;) Cinema anti-realista contro la volgarità dello schermo parlante che decreterà la fine delle divinità alla Garbo e il successo di starlette come Peppy Miller (Bérénice Béjo), esordiente senza glamour, pronta a detronizzare Valentin. Dopo un prologo scoppiettante, tutto equivoci esilaranti, e l&#8217;apparizione dei grandi John Goodman (produttore con sigaro), James Cromwell (maggiordomo), Penelope Ann Miller (moglie) e Malcolm McDowell in delizioso cameo, il film sprofonda nel vuoto depresso dell&#8217;ex divo impoverito e frustrato, produttore di un se stesso &#8216;artista&#8217; fuori moda. Il fantasma dei pionieri fatica a mostrarsi in una storia che gira a vuoto, tra tentati suicidi, pellicole messe al rogo, ridicoli remake dei grandi film del secolo scorso. Una nascita del cinema ammazzata nella culla, che si divincola dalla caricatura, non concede le sue bellezze e neppure il gusto della parodia.&#8221; (Mariuccia Ciotta, &#8216;Il Manifesto&#8217;, 9 dicembre 2011)</p>
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<p>&#8220;Questo film diretto dal francese Michel Hazanavicius, ha soprattutto una virtù eccezionale quasi dimenticata dal cinema: con una storiella vecchia come il cucco riesce, proprio perché muto, proprio perché in bianco e nero, proprio perché di massima elegante, raffinata semplicità, a commuovere. Travestito da film girato alla fine degli anni 20 anche con una lieve accelerazione delle immagini, &#8216;The artist&#8217; racconta del cinema hollywoodiano di quegli anni, quando l&#8217;avvento del sonoro lo rivoluzionò. (&#8230;) &#8216;The Artist&#8217; trae dalla sua incongruenza la capacità di divertire, perché restano muti pure i film parlati e il set, e le strade, come se il mondo si fosse azzittito nello sguardo e nei pensieri del disperato Valentin.&#8221; (&#8216;Repubblica&#8217;, 9 dicembre 2011)</p>
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<p>&#8220;Da quando è stato visto la prima volta a Cannes, &#8216;The Artist&#8217; ha fatto molto parlare di sé, tanto che &#8211; cosa incredibile solo a pensarci &#8211; lo troveremo distribuito nelle nostre sale in un dei periodi più difficili per il cinema che non sia &#8216;panettone&#8217;. (&#8230;) Insomma, non si tratterà mica e per davvero di un film muto come si facevano all&#8217;epoca? Ebbene sì. Il nostro impavido, quanto furbo regista Hazanavicius ha voluto intendere proprio quello. Ora, qualche produttore pazzo ancora c&#8217;è in giro per il mondo, e il signor Thomas Langmann è uno di quelli. Da vero produttore ha capito che sotto c&#8217;era qualcosa. Così è stato. Hazanavicius ha fatto il film che voleva e la macchina dell&#8217;informazione ha sposato il progetto. Il passaggio festivaliero di Cannes è stato a dir poco determinante e ha contribuito a creare il &#8216;caso&#8217;, l&#8217;evento, il film sorpresa del festival. Ce n&#8217;è sempre uno. A Cannes non si parlava d&#8217;altro. Un film poetico, romantico, avvincente&#8230; un film muto. La vittoria di Jean Dujardin come miglior attore ha poi coronato un disegno partito da lontano. Vi raccontiamo tutta questa bella favola per ben contestualizzare un film che altrimenti avrebbe il sapore di un puro esercizio di stile. Non è così, almeno non solo. Al di là della trovata cinefila, c&#8217;è in &#8216;The Artist&#8217; un&#8217;opera degna di questo nome, capace di emozionare con poco e niente. È evidente che si tratta di un&#8217;operazione studiata a tavolino e sapientemente scritta, capace di catapultare sullo schermo un intero mondo ormai disciolto fatto di mille citazioni dal Terrier a pelo ispido che fu famoso in &#8216;L&#8217;uomo ombra&#8217;, il suo nome era Asta, a &#8216;Viale del tramonto&#8217; (tra i pochi film a raccontare per davvero la fine di un&#8217;epoca e l&#8217;inizio di un&#8217;altra), da Douglas Fairbanks (a cui di certo si rifà l&#8217;estetica del protagonista) a Mary Pickford (sua è la casa dove abita la protagonista Peppy)&#8230; e poi ancora ci sono sapori di &#8216;Quarto potere&#8217; e le note, superdichiarate, di &#8216;Vertigo&#8217;. Ma tutto questo non è solo un gioco di citazioni, bensì un&#8217;immersione emozionale nella materia stessa con cui erano fatti i film. (&#8230;) È rarissimo ascoltare il &#8216;nostro&#8217; silenzio al cinema, e fosse solo per questo &#8216;The Artist&#8217; è un&#8217;esperienza da non perdere.&#8221; (Dario Zonta, &#8216;L&#8217;Unità&#8217;, 09 dicembre 2011)</p>
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<p>&#8220;Piacerà, anzi è piaciuto, tantissimo a Cannes. Palma d&#8217;oro. Critiche entusiaste. Il Palais in tripudio. Era logico. Cannes è il posto dei drogati di cinema, dei cinephiles privati di ogni pudore. Particolare non secondario. Cannes è la spiaggia di primavera del culturame parigino. Il festival era l&#8217;occasione per creare un altro genio nazionale, Michel Hazanavicius, alla quarta regia dopo tre flop. Noi però pensiamo al pubblico domenicale, quello che ama sì alla follia il cinema, ma non ne fa pretesto di masturbazione. Quel pubblico s&#8217;incanta nei primi 20 minuti, si diverte mica male per 40. Ma fatica ad arrivare ai 100 (la durata). Forse esce prima, ma se rimane, mette in pericolo i chiodi della poltrona.&#8221; (Giorgio Carbone, &#8216;Libero&#8217;, 9 dicembre 2011)</p>
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<p>&#8220;Al bianco e nero al cinema in qualche modo siamo abituati. In tv vecchi film passano ancora e alcuni cineasti non disdegnano talvolta di cimentarsi ancora con questo linguaggio vintage e decisamente affascinante. Ma al muto, diciamo la verità, proprio non siamo avvezzi. Certo ricordiamo Charlie Chaplin, magari Fritz Lang, ma oggi, in tempi di computer grafica e 3d, scommettere su un film in bianco e nero e persino muto potrebbe apparire una follia. Eppure il giovane regista francese Michel Hazanavicius ha osato sfidare con coraggio tempi e mode, e con il suo &#8216;The Artist&#8217; ha vinto la scommessa realizzando un&#8217;opera eccellente, di grande fascino, la vera rivelazione del festival di Cannes. E ha dimostrato che anche linguaggi e stili narrativi non più frequentati da oltre ottant&#8217;anni posseggono una forza espressiva che non teme il confronto con le meraviglie di oggi. Occorrono però talento e creatività, merce sempre più rara. (&#8230;) Con questo film &#8211; raffinato melodramma in stile classico, girato nell&#8217;originale formato del muto, con schermo quasi quadrato, e in ambienti d&#8217;epoca per rendere ulteriormente l&#8217;atmosfera retrò &#8211; Hazanavicius rende omaggio alla settima arte. Qui è il cinema che diventa protagonista e si racconta nella sua inarrestabile ascesa. E non mancano richiami, sottolineati dallo stesso regista, a maestri indiscussi del muto, in primo luogo Murnau, passando per Lubitsch, Ford, Hitchcock e il menzionato Lang. Tuttavia il regista non si accontenta di citazioni, né si limita a riprodurre la realtà del tempo; semmai ne accoglie i mitizzati stereotipi (la figura del produttore, il glamour dei divi) e la stilizza, divertendosi a giocare con i linguaggi e invitando lo spettatore a fare lo stesso. &#8216;The Artist&#8217;, dunque, non è un semplice &#8216;pastiche&#8217;, se non negli spezzoni dei film muti in cui Valentin è il protagonista. È invece un film originale, fantasioso e a tratti persino geniale, come nella scena dell&#8217;incubo in cui l&#8217;ormai ex divo si aggira in un mondo in cui tutto ha un suono, dove tutte le persone hanno una voce tranne lui. Molto si deve alla bravura degli attori, chiamati a un&#8217;inedita prova; su tutti Jean Dujardin, impeccabile nei panni di Valentin e giustamente premiato a Cannes con la Palma d&#8217;oro, senza dimenticare Bérénice Béjo a proprio agio nell&#8217;interpretare Peppy Miller, e John Goodman perfetto nell&#8217;impersonare il potente produttore dell&#8217;immaginario hollywoodiano. Ma vanno riconosciuti soprattutto i meriti di una regia accorta oltre che documentata, nonché di una sceneggiatura e un montaggio che non perdono mai il ritmo; e in questo caso sarebbe stato un vero disastro. Il tutto sottolineato dalla fondamentale e puntuale colonna sonora di Ludovic Bource. Insomma, &#8216;The Artist&#8217; è un inatteso, piacevole tuffo del passato, tra storie e atmosfere d&#8217;altri tempi, per assaporare l&#8217;essenza stessa del cinema, la sua capacità di stupire sempre, anche senza effetti speciali, affidando tutto al solo piacere dello sguardo. E non meraviglierebbe se tanta audacia venisse premiata anche da una candidatura all&#8217;Oscar. Del resto, quale miglior riconoscimento per un film che celebra Hollywood?&#8221; (Gaetano Vallini, &#8216;L&#8217;Osservatore Romano&#8217;, 10 dicembre 2011)</p>
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	<![CDATA[<table class="orari"><tr><td>giovedì 29 dicembre</td><td> Riposo</td></tr><tr><td>venerdì 30 dicembre</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>sabato 31 dicembre</td><td> Riposo</td></tr><tr><td>domenica  1 gennaio</td><td> 18:30 20:30</td></tr><tr><td>lunedì  2 gennaio</td><td> Riposo</td></tr></table>]]>	</item>
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		<title>The Artist</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 22:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cinema</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima Visione Dessé]]></category>
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		<description><![CDATA[Trama &#8211; Hollywood, 1927. George Valentin è una star del cinema muto che si trova ad affrontare il proprio declino artistico a causa dell&#8217;avvento del sonoro. Al contrario, Peppy Miller, una giovane comparsa, sta per diventare una diva. La fama, l&#8217;orgoglio e i soldi ostacoleranno la loro storia d&#8217;amore. &#160; &#160; Critica &#8211; &#8220;Un film [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Trama &#8211; Hollywood, 1927. George Valentin è una star del cinema muto che si trova ad affrontare il proprio declino artistico a causa dell&#8217;avvento del sonoro. Al contrario, Peppy Miller, una giovane comparsa, sta per diventare una diva. La fama, l&#8217;orgoglio e i soldi ostacoleranno la loro storia d&#8217;amore.</p>
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<p>Critica &#8211; &#8220;Un film in bianco e nero e completamente muto: la scommessa non poteva essere più rischiosa eppure Michel Hazanavicius l&#8217;ha vinta a mani basse, raccogliendo finora l&#8217;applauso più caloroso e entusiasta della stampa. (&#8230;) La storia di &#8216;The Artist&#8217; è di quelle che rassicurano il pubblico (ascesa e caduta di un divo del muto ma con riscatto e lieto fine incluso), a ricordarci che il cinema che regala sogni e non incubi ha ancora i suoi fan, pure tra i paladini della &#8216;politique des auteurs&#8217;. (&#8230;) Girato come un vero film muto, con il formato quadrato e le didascalie per spiegare i dialoghi, fotografato in un raffinato bianco e nero d&#8217;epoca, il film gioca con l&#8217;immaginario di Hollywood dove tutti i produttori sono grassi e fumano sigari giganteschi e racconta il momento cruciale del passaggio dal muto al sonoro: il vecchio divo (Jean Dujardin) non vi si adegua mentre la giovane comparsa sì (Bérénice Bejo), condannando all&#8217;oblio il primo e al successo la seconda. Ma il piacere del film non è tanto nel seguire la storia quanto nel modo in cui il regista gioca con gli ostacoli che gli derivano dal girare un film senza parole e che trovano nel sogno del protagonista (ogni cosa fa rumore ma lui non riesce a emettere un suono) il suo momento più esilarante e indovinato.&#8221; (Paolo Mereghetti, &#8216;Il Corriere della Sera&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;&#8216;The Artist&#8217; è la &#8216;bomba&#8217; che non ti aspetti. Un film in bianco e nero, muto, pieno di rimandi, che parla di cinema nella Hollywood degli anni 30. Sembra il classico paradosso che piace tanto ai francesi, l&#8217;anti Avatar che strappa applausi in piena 3D mania. Una follia. Invece non c&#8217;è traccia di leziosità intellettuale, e i critici, evento rarissimo, sono entusiasti. (&#8230;) Più tardi, un altro trionfo: tredici muniti di applausi dal pubblico. La platea, superati i primi cinque minuti (necessari per prendere le misure, &#8216;sintonizzarsi&#8217; sulla preistoria del cinema, abituarsi ai mancati dialoghi) si distende e capisce che le possibilità emotive delle immagini sono infinite, anche se guardano indietro invece che al domani tecnologico. Finora, è la sorpresa del festival. (&#8230;) Questo film è una storia d&#8217;amore e un atto d&#8217;amore per il cinema&#8221; (Valerio Cappelli, &#8216;Il Corriere della Sera&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;Ci sono film fatti con tanta minuziosa passione che non sembrano frutto del lavoro di un autore e nemmeno dei suoi collaboratori, ma di tutti coloro che diedero forma, in origine, al mondo rievocato; e forse di tutti gli spettatori che hanno tenuto in vita quel mondo esistito solo al cinema per pochi decenni ma ancora vivo nella nostra memoria, dunque in certo modo più vero del vero. È il caso dell&#8217;irresistibile &#8216;The Artist&#8217; di Michel Hazanavicius, osannato dalla migliore platea che potesse augurarsi un lavoro simile. Una tribù cosmopolita di cinefili pronti a andare in estasi per ogni dettaglio di questo film muto fatto proprio come ai tempi del muto, dalle luci ai costumi, dai titoli di testa al gioco delle inquadrature, dalla magistrale colonna sonora al linguaggio del corpo e ai mille prestiti e citazioni con cui Hazanavicius e i suoi portentosi protagonisti, Jean Dujardin e la franco-argentina Bérénice Béjo, danno vita a personaggi e intreccio.&#8221; (Fabio Ferzetti, &#8216;Il Messaggero&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;Regalo di Cannes ai cinefili, che in Francia sono quasi un partito politico. &#8216;L&#8217;artista&#8217; di Michel Hazanavicius (cognome lituano, ma è nato a Parigi) è il trionfo della citazione colta e popolare al tempo stesso, è un gioco di &#8216;cinema nel cinema&#8217; raffinatissimo che ha strappato un lunghissimo applauso alla proiezione stampa. Ed è anche un film coraggioso: è in bianco e nero e totalmente muto, con le didascalie, come i gloriosi film ante-1927. (&#8230;) Giocato sui registri del mélo e della commedia musicale, ma con un&#8217;ironia di fondo che lo rende di fatto una commedia, &#8216;L&#8217;artista&#8217; è un curioso esperimento di stile in cui la cinefilia non deborda e permette al film di essere godibile. Ci sono alcuni attori anglofoni (John Goodman, Malcolm McDowell, James Cromwell) ma i due protagonisti sono francesi: Jean Dujardin è un comico televisivo che in Francia è una star, Bérénice Bejo è un&#8217;attrice nata in Argentina che a teatro ha fatto anche &#8216;L&#8217;opera da tre soldi&#8217;. Sono bravissimi: basterebbe il numero di tip-tap nel finale per consacrarli hollywoodiani ad honorem.&#8221; (Alberto Crespi, &#8216;L&#8217;Unità&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;Sorpresa, il film-rivelazione di Cannes 2011 è muto e in bianco e nero. E conquista la Croisette nell&#8217;era del 3D, tra cupissime storie d&#8217;autore e blockbuster fracassoni. Cade giù la sala dalle ovazioni quando scorrono i titoli di coda di &#8216;The Artist&#8217;, diretto dal regista francese Michel Hazanavicius e invitato al Festival in extremis, a pochi giorni dall&#8217;inaugurazione. Sia la stampa internazionale sia il pubblico in abito da sera rimangono incantati da quest&#8217;opera originalissima, ambientata negli anni Venti, che ha per protagonista un divo del cinema muto silurato da Hollywood all&#8217;avvento del sonoro e poi risorto grazie all&#8217;amore di una donna. E&#8217; un film esilarante, pieno di grazia ed eleganza, un omaggio al cinema del passato. Lo interpretano, applauditissimi, Jean Dujardin e Bérénice Bejo. Risate e battimani scandiscono la proiezione e ce n&#8217;è anche per il cane, un personaggio in piena regola che strappa boati di entusiasmo.&#8221; (Gloria Satta, &#8216;Il Messaggero&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;La rivelazione di questo Festival s&#8217;intitola &#8216;L&#8217;artiste&#8217;, è un film muto, è un film in bianco e nero e quando finisce ti rendi conto che il cinema è questa cosa qui, la recitazione e l&#8217;immagine, la musica, il racconto scritto e l&#8217;emozione che l&#8217;insieme trasmette. (&#8230;) Il film è un film francese, e già questo è significativo: il regista si chiama Michel Hazanavicius, da noi purtroppo sconosciuto, ma le sue parodie dei film anni Sessanta di &#8216;OSS 117&#8242; (lo &#8217;007&#8242; d&#8217;oltralpe), ne hanno fatto in patria un campione d&#8217;incassi. Francese è Jean Dujardin, attore popolarissimo fra i suoi connazionali; Bérénice Bejo è invece argentina di nascita, ma francese d&#8217;elezione, nonché moglie dello stesso Hazanavicius. &#8216;L&#8217;Artiste&#8217; è però anche un omaggio al cinema americano dell&#8217;età del jazz, quando King Vidor, Lang, Murnau e Lubitsch sbarcano a Hollywood per girare le prime grandi produzioni, Hitchcock e John Ford muovono i primi passi, Billy Wilder debutta come sceneggiatore. E&#8217; un omaggio che si avvale di grandi caratteristi, James Cromwell, John Goodmann, addirittura Malcom McDowell in un brevissimo cameo, e del décor che segnò quell&#8217;epoca: la casa di Peppy Miller, l&#8217;attrice che il parlato porta al trionfo e che sarà l&#8217;ancora di salvezza di Valentin, è quella di Mary Pickford, così come il letto in cui Valentin si sveglia dopo l&#8217;incendio che gli ha distrutto la casa. Ironico e malinconico, &#8216;L&#8217;Artiste&#8217; non è una parodia né un pastiche, ma intelligentemente e con leggerezza recupera lo spirito di un mondo scomparso e lo fa rivivere sotto i nostri occhi.&#8221; (Stenio Solinas, &#8216;Il Giornale&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;Come fare un film muto, in bianco e nero, con le didascalie, una star col balletto alla Fairbanks, una fanciulla timida e un cane così simpatico che chiama la battuta: &#8216;Gli manca solo la parola&#8217;, e avere successo. Nel 2011? Sì. A Cannes? Al festival internazionale del cinema di Cannes. Quando? Ieri, oggi. E domani. Diretto dal francese Michel Hazanavicius, &#8216;The Artist&#8217;, che doveva figurare fuori concorso e ora si trova in competizione tra i papabili a un premio, ha il fascino dell&#8217;antichità rivisitata, l&#8217;ironia dell&#8217;attualità decaduta e mitizzata e una dose di romanticismo esplicito che lo salva dal sospetto di operazione nostalgica. Anzi, è una sfida decidere di azzerare i modelli di comunicazione cinematografica del terzo millennio e riportare il pubblico indietro di ottant&#8217;anni, espressioni marcate, volti sovrapposti ad antiche memorie, gesti puntualizzati.&#8221; (Silvio Danese, &#8216;Nazione- Giorno &#8211; Carlino&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;Un film muto e in bianco e nero sugli splendori e le miserie della vecchia Hollywood: una scommessa azzardata sulla quale pochi avrebbero avuto il coraggio di puntare, ma una scommessa stravinta. Perché &#8216;The Artist&#8217;, il film dello sconosciuto Michel Hazanavicius messo all&#8217;ultimo minuto in concorso dal direttore Thierry Fremaux, è la vera rilevazione di questo festival disseminato di celebrati maestri.&#8221; (Titta Fiore, &#8216;Il Mattino&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;Risate, applausi, spettatori rapiti, almeno quelli un po&#8217; più agée. Inserito all&#8217;ultimo momento in gara, &#8216;The Artist&#8217; di Michael Hazanavicius, potrebbe essere l&#8217;outsider che spiazza le previsioni di un concorso grandi firme. (&#8230;) La scommessa era temeraria, ma, stando all&#8217;accoglienza della stampa, Hazanavicius l&#8217;ha vinta su tutta la linea. (&#8230;) Il viaggio nel passato è reso possibile dalle prove degli attori, stupendi interpreti di un&#8217;epoca leggendaria che non hanno avuto la fortuna di vivere. (&#8230;) Bérénice Bejo, che sembra fatta apposta per il look Anni 20, ha superato i timori fidandosi a occhi chiusi dell&#8217;autore. (&#8230;) L&#8217;altra magnifica presenza di &#8216;The Artist&#8217; è John Goodman, nei panni del produttore Al Zimmer, stazza imponente e sigaro in bocca, come nella migliore tradizione dei tycoon hollywoodiani.&#8221; (Fulvia Caprara, &#8216;La Stampa&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;Sicuramente è un esercizio di stile, ma anche se fosse solo quello (e non è) il film &#8216;The Artist&#8217; del regista francese Michel Hazanavicius, passato in concorso qui al Festival di Cannes, sarebbe sicuramente un bell&#8217;esercizio di stile. Anomalo, per cominciare. Il film infatti è muto (o meglio: non parlato), proprio come muto era il cinema delle origini, è girato con lo stile e il formato della pellicola di allora, in bianco e nero, naturalmente e si ispira al filone avventuroso-romantico tipico di molte pellicole dell&#8217;epoca che rimestavano in un certo qual esotismo da cartolina per titillare l&#8217;immaginario di un pubblico che non conosceva ancora (fortunatamente) le gioie effimere del turismo low cost o della crociera &#8216;all inclusive&#8217;. Ma il film, come accennavamo, è anche qualcosa di più: il tentativo di rintracciare e descrivere quel particolare momento, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, in cui il cinema progredendo tecnicamente, passava dal muto al sonoro. Oggi forse non ne percepiamo interamente la portata storica ma allora fu veramente un passaggio epocale.&#8221; (Andrea Frambrosi, &#8216;L&#8217;Eco di Bergamo&#8217;, 16 maggio 2011)</p>
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<p>&#8220;E&#8217; muto, ma parla: al cuore e alla testa. E&#8217; &#8216;The Artist&#8217; del francese Michel Hazanavicius, che ci riporta indietro ai bei tempi della settima arte, quando le labbra si muovevano ma senza profferire verbo. Hollywood, 1927, George Valentin (Jean Dujardin, miglior attore a Cannes) è una superstar del muto, stile Rodolfo Valentino e William Powell: accompagnato dal suo istrionico cagnolino (Uggy), può tutto, compreso fare di una figurante, Peppy Miller (Bérénice Belo, sensuale), una diva. Viceversa, lui se la passerà male: arriva il &#8217;29, soprattutto arrivano i talkies (i film parlanti), un incubo che non può accettare. Rifiuto ricambiato: la Kinograph lo scarica per puntare proprio su Peppy&#8230; Operazione postmoderna che nella transizione muto-sonoro evoca l&#8217;odierno switch over pellicola-digitale, non ha però nella perfezione estetica la freddezza del metacinema cerebrale: l&#8217;arte pulsa, il cuore batte emozioni eterne. E dietro lo struggente, romantico passo a due di George e Peppy, spunta la canaglia nostalgia per un cinema che non è più, ed è ancora. Lunga vita a &#8216;The Artist&#8217;!&#8221; (Federico Pontiggia, &#8216;Il Fatto Quotidiano&#8217;, 8 dicembre 2011)</p>
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<p>&#8220;II b&amp;n silenzioso di &#8216;The Artist&#8217; incantò Cannes e i cinephiles stanchi della (e)motion-capture, felici di ritrovarsi tra i fotogrammi delle origini. L&#8217;emozione però non vive di rendita. La Hollywood 1927 rivista dal quarantenne francese Michel Hazanavicius (&#8216;Oss-117&#8242;, prequel popolare di Bond) è a rischio banalità d&#8217;autore e si presta ad allegre sviste filologiche, meno divertenti di quelle dichiarate di Woody Allen (&#8216;Midnight in Paris&#8217;). Il regista, che pur evoca nelle dichiarazioni Murnau, Borzage, Vidor e Chaplin, ha in mente il cinema camp anni 50, la fiammeggiante &#8216;sf&#8217;, comic e esotismi da Drive-in trasferiti sul confine del sonoro per il suo omaggio al silent-movie. L&#8217;attore sorpreso dalla parola e precipitato nella polvere a causa di una voce stonata è il leit-motiv di molto cinema, da &#8216;Cantando sotto la pioggia&#8217; in poi, ma non bastano gag di repertorio per ritrovare il fascino del muto. (&#8230;) Cinema anti-realista contro la volgarità dello schermo parlante che decreterà la fine delle divinità alla Garbo e il successo di starlette come Peppy Miller (Bérénice Béjo), esordiente senza glamour, pronta a detronizzare Valentin. Dopo un prologo scoppiettante, tutto equivoci esilaranti, e l&#8217;apparizione dei grandi John Goodman (produttore con sigaro), James Cromwell (maggiordomo), Penelope Ann Miller (moglie) e Malcolm McDowell in delizioso cameo, il film sprofonda nel vuoto depresso dell&#8217;ex divo impoverito e frustrato, produttore di un se stesso &#8216;artista&#8217; fuori moda. Il fantasma dei pionieri fatica a mostrarsi in una storia che gira a vuoto, tra tentati suicidi, pellicole messe al rogo, ridicoli remake dei grandi film del secolo scorso. Una nascita del cinema ammazzata nella culla, che si divincola dalla caricatura, non concede le sue bellezze e neppure il gusto della parodia.&#8221; (Mariuccia Ciotta, &#8216;Il Manifesto&#8217;, 9 dicembre 2011)</p>
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<p>&#8220;Questo film diretto dal francese Michel Hazanavicius, ha soprattutto una virtù eccezionale quasi dimenticata dal cinema: con una storiella vecchia come il cucco riesce, proprio perché muto, proprio perché in bianco e nero, proprio perché di massima elegante, raffinata semplicità, a commuovere. Travestito da film girato alla fine degli anni 20 anche con una lieve accelerazione delle immagini, &#8216;The artist&#8217; racconta del cinema hollywoodiano di quegli anni, quando l&#8217;avvento del sonoro lo rivoluzionò. (&#8230;) &#8216;The Artist&#8217; trae dalla sua incongruenza la capacità di divertire, perché restano muti pure i film parlati e il set, e le strade, come se il mondo si fosse azzittito nello sguardo e nei pensieri del disperato Valentin.&#8221; (&#8216;Repubblica&#8217;, 9 dicembre 2011)</p>
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<p>&#8220;Da quando è stato visto la prima volta a Cannes, &#8216;The Artist&#8217; ha fatto molto parlare di sé, tanto che &#8211; cosa incredibile solo a pensarci &#8211; lo troveremo distribuito nelle nostre sale in un dei periodi più difficili per il cinema che non sia &#8216;panettone&#8217;. (&#8230;) Insomma, non si tratterà mica e per davvero di un film muto come si facevano all&#8217;epoca? Ebbene sì. Il nostro impavido, quanto furbo regista Hazanavicius ha voluto intendere proprio quello. Ora, qualche produttore pazzo ancora c&#8217;è in giro per il mondo, e il signor Thomas Langmann è uno di quelli. Da vero produttore ha capito che sotto c&#8217;era qualcosa. Così è stato. Hazanavicius ha fatto il film che voleva e la macchina dell&#8217;informazione ha sposato il progetto. Il passaggio festivaliero di Cannes è stato a dir poco determinante e ha contribuito a creare il &#8216;caso&#8217;, l&#8217;evento, il film sorpresa del festival. Ce n&#8217;è sempre uno. A Cannes non si parlava d&#8217;altro. Un film poetico, romantico, avvincente&#8230; un film muto. La vittoria di Jean Dujardin come miglior attore ha poi coronato un disegno partito da lontano. Vi raccontiamo tutta questa bella favola per ben contestualizzare un film che altrimenti avrebbe il sapore di un puro esercizio di stile. Non è così, almeno non solo. Al di là della trovata cinefila, c&#8217;è in &#8216;The Artist&#8217; un&#8217;opera degna di questo nome, capace di emozionare con poco e niente. È evidente che si tratta di un&#8217;operazione studiata a tavolino e sapientemente scritta, capace di catapultare sullo schermo un intero mondo ormai disciolto fatto di mille citazioni dal Terrier a pelo ispido che fu famoso in &#8216;L&#8217;uomo ombra&#8217;, il suo nome era Asta, a &#8216;Viale del tramonto&#8217; (tra i pochi film a raccontare per davvero la fine di un&#8217;epoca e l&#8217;inizio di un&#8217;altra), da Douglas Fairbanks (a cui di certo si rifà l&#8217;estetica del protagonista) a Mary Pickford (sua è la casa dove abita la protagonista Peppy)&#8230; e poi ancora ci sono sapori di &#8216;Quarto potere&#8217; e le note, superdichiarate, di &#8216;Vertigo&#8217;. Ma tutto questo non è solo un gioco di citazioni, bensì un&#8217;immersione emozionale nella materia stessa con cui erano fatti i film. (&#8230;) È rarissimo ascoltare il &#8216;nostro&#8217; silenzio al cinema, e fosse solo per questo &#8216;The Artist&#8217; è un&#8217;esperienza da non perdere.&#8221; (Dario Zonta, &#8216;L&#8217;Unità&#8217;, 09 dicembre 2011)</p>
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<p>&#8220;Piacerà, anzi è piaciuto, tantissimo a Cannes. Palma d&#8217;oro. Critiche entusiaste. Il Palais in tripudio. Era logico. Cannes è il posto dei drogati di cinema, dei cinephiles privati di ogni pudore. Particolare non secondario. Cannes è la spiaggia di primavera del culturame parigino. Il festival era l&#8217;occasione per creare un altro genio nazionale, Michel Hazanavicius, alla quarta regia dopo tre flop. Noi però pensiamo al pubblico domenicale, quello che ama sì alla follia il cinema, ma non ne fa pretesto di masturbazione. Quel pubblico s&#8217;incanta nei primi 20 minuti, si diverte mica male per 40. Ma fatica ad arrivare ai 100 (la durata). Forse esce prima, ma se rimane, mette in pericolo i chiodi della poltrona.&#8221; (Giorgio Carbone, &#8216;Libero&#8217;, 9 dicembre 2011)</p>
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<p>&#8220;Al bianco e nero al cinema in qualche modo siamo abituati. In tv vecchi film passano ancora e alcuni cineasti non disdegnano talvolta di cimentarsi ancora con questo linguaggio vintage e decisamente affascinante. Ma al muto, diciamo la verità, proprio non siamo avvezzi. Certo ricordiamo Charlie Chaplin, magari Fritz Lang, ma oggi, in tempi di computer grafica e 3d, scommettere su un film in bianco e nero e persino muto potrebbe apparire una follia. Eppure il giovane regista francese Michel Hazanavicius ha osato sfidare con coraggio tempi e mode, e con il suo &#8216;The Artist&#8217; ha vinto la scommessa realizzando un&#8217;opera eccellente, di grande fascino, la vera rivelazione del festival di Cannes. E ha dimostrato che anche linguaggi e stili narrativi non più frequentati da oltre ottant&#8217;anni posseggono una forza espressiva che non teme il confronto con le meraviglie di oggi. Occorrono però talento e creatività, merce sempre più rara. (&#8230;) Con questo film &#8211; raffinato melodramma in stile classico, girato nell&#8217;originale formato del muto, con schermo quasi quadrato, e in ambienti d&#8217;epoca per rendere ulteriormente l&#8217;atmosfera retrò &#8211; Hazanavicius rende omaggio alla settima arte. Qui è il cinema che diventa protagonista e si racconta nella sua inarrestabile ascesa. E non mancano richiami, sottolineati dallo stesso regista, a maestri indiscussi del muto, in primo luogo Murnau, passando per Lubitsch, Ford, Hitchcock e il menzionato Lang. Tuttavia il regista non si accontenta di citazioni, né si limita a riprodurre la realtà del tempo; semmai ne accoglie i mitizzati stereotipi (la figura del produttore, il glamour dei divi) e la stilizza, divertendosi a giocare con i linguaggi e invitando lo spettatore a fare lo stesso. &#8216;The Artist&#8217;, dunque, non è un semplice &#8216;pastiche&#8217;, se non negli spezzoni dei film muti in cui Valentin è il protagonista. È invece un film originale, fantasioso e a tratti persino geniale, come nella scena dell&#8217;incubo in cui l&#8217;ormai ex divo si aggira in un mondo in cui tutto ha un suono, dove tutte le persone hanno una voce tranne lui. Molto si deve alla bravura degli attori, chiamati a un&#8217;inedita prova; su tutti Jean Dujardin, impeccabile nei panni di Valentin e giustamente premiato a Cannes con la Palma d&#8217;oro, senza dimenticare Bérénice Béjo a proprio agio nell&#8217;interpretare Peppy Miller, e John Goodman perfetto nell&#8217;impersonare il potente produttore dell&#8217;immaginario hollywoodiano. Ma vanno riconosciuti soprattutto i meriti di una regia accorta oltre che documentata, nonché di una sceneggiatura e un montaggio che non perdono mai il ritmo; e in questo caso sarebbe stato un vero disastro. Il tutto sottolineato dalla fondamentale e puntuale colonna sonora di Ludovic Bource. Insomma, &#8216;The Artist&#8217; è un inatteso, piacevole tuffo del passato, tra storie e atmosfere d&#8217;altri tempi, per assaporare l&#8217;essenza stessa del cinema, la sua capacità di stupire sempre, anche senza effetti speciali, affidando tutto al solo piacere dello sguardo. E non meraviglierebbe se tanta audacia venisse premiata anche da una candidatura all&#8217;Oscar. Del resto, quale miglior riconoscimento per un film che celebra Hollywood?&#8221; (Gaetano Vallini, &#8216;L&#8217;Osservatore Romano&#8217;, 10 dicembre 2011)</p>
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	<![CDATA[<table class="orari"><tr><td>giovedì 22 dicembre</td><td> riposo</td></tr><tr><td>venerdì 23 dicembre</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>sabato 24 dicembre</td><td> 18:30</td></tr><tr><td>domenica 25 dicembre</td><td> 18:30 20:30 22:30</td></tr><tr><td>lunedì 26 dicembre</td><td> 18:30 20:30</td></tr><tr><td>martedì 27 dicembre</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>mercoledì 28 dicembre</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>giovedì 29 dicembre</td><td> riposo</td></tr></table>]]>	</item>
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		<title>Midnight in Paris</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 22:29:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Midnight in Paris Trama Una tranquilla famiglia americana arriva a Parigi in viaggio d&#8217;affari. L&#8217;incontro con una eccentrica coppia di fidanzati cambierà radicalmente la loro vita&#8230; Critica &#8220;Un sogno, una fantasticheria, un viaggio tra i fantasmi del Novecento, una visita tutta da ridere (ma non qualche emozione) a quegli «antenati» con cui non smettiamo di fare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Midnight in Paris<br />
Trama Una tranquilla famiglia americana arriva a Parigi in viaggio<br />
d&#8217;affari. L&#8217;incontro con una eccentrica coppia di fidanzati cambierà<br />
radicalmente la loro vita&#8230;</p>
<p>Critica &#8220;Un sogno, una fantasticheria, un viaggio tra i fantasmi del<br />
Novecento, una visita tutta da ridere (ma non qualche emozione) a quegli<br />
«antenati» con cui non smettiamo di fare i conti. Perché come dice il<br />
protagonista con Faulkner, &#8216;il passato non è affatto morto, anzi non è<br />
nemmeno passato&#8217;. Dunque passeggiando per Parigi ci si può ritrovare nella<br />
«Festa mobile» di Hemingway, si può andare a casa di Jean Cocteau con<br />
Zelda e Francis Scott Fizgerald, si può discutere del rapporto tra sesso e<br />
arte con Picasso e Gertrude Stein, o di vita e letteratura con lo stesso<br />
Hemingway. Che considera la pagina un campo di battaglia, e usa solo<br />
virilissime immagini belliche per parlare di scrittura, introspezione,<br />
racconto&#8230; Ci voleva Woody Allen per dare al Festival di Cannes una<br />
apertura adeguata, dopo le tante inaugurazioni inutili o roboanti degli<br />
ultimi anni, e forse qualcosa di più prezioso: un film-metafora, che mette<br />
in caricatura uno degli snodi decisivi della cultura contemporanea,<br />
stretta fra la necessità di conoscere, frequentare, conservare il passato,<br />
e quella di liberarsi dei miti più imbalsamati. O almeno di metabolizzarli<br />
a dovere. Naturalmente Woody Allen ha affrontato altre volte queste figure<br />
riverite e ingombranti. In uno dei memorabili pastiches letterari<br />
pubblicati in gioventù, &#8216;Memorie degli anni Venti&#8217; (&#8230;), Allen faceva già<br />
il verso alle colte ovvietà di Gertrude Stein, alla passione di Hemingway<br />
per la boxe (&#8230;), alla pittura cubista.&#8221; (Fabio Ferzetti, &#8216;Il<br />
Messaggero&#8217;, 12 maggio 2011)</p>
<p>&#8220;Un Allen d&#8217;annata dà vita nella sua seconda patria cittadina alla più<br />
esilarante commedia degli ultimi anni. Per ridere tanto bisogna tornare<br />
nei tempi recenti almeno a &#8216;Scoop&#8217;, ma forse addirittura a &#8216;Pallottole su<br />
Broadway&#8217; o agli esordi di comicità pura alla &#8216;Prendi i soldi e scappa&#8217; e<br />
alla sceneggiatura di &#8216;Ciao Pussycat&#8217;, il film durante il quale Woody si è<br />
innamorato di Parigi. &#8216;Midnight in Paris&#8217; gioca a scacchi con<br />
l&#8217;intelligenza e lo humour dello spettatore, spiazzandolo con un crescendo<br />
di mosse geniali e inattese, situazioni irresistibili e improvvisi cambi<br />
di prospettiva. Naturalmente si tratta di un gioco. Ma nulla, si sa, è più<br />
serio, complicato e difficile di un gioco. Il plot è meno di un pretesto,<br />
com&#8217;è negli ultimi Allen. E&#8217; appena un luogo comune, il rimpianto per un<br />
passato idealizzato. Ma allargato a dismisura, fino a diventare un<br />
paradosso surreale. (&#8230;) Lo humour e l&#8217;eros sono le forze trainanti di un<br />
divertimento assoluto. Tutto talmente scintillante da far quasi<br />
dimenticare la discreta presenza di Carla Bruni nella parte di una guida,<br />
che per mesi è stato il solo motivo di discussione e gossip intorno al<br />
film. Con tutto l&#8217;amore anche per le opere più cupe e pessimistiche degli<br />
ultimi anni, bisogna ammettere che si sentiva la mancanza dell&#8217;Allen più<br />
lieve e sfrenato.&#8221; (Curzio Maltese, &#8216;La Repubblica&#8217;, 12 maggio 2011)</p>
<p>&#8220;I miracoli esistono ancora, anche se bisogna aspettare che il campanile<br />
suoni mezzanotte. Ce lo ricorda Woody Allen con &#8216;Midnight in Paris&#8217;<br />
(appunto, &#8216;Mezzanotte a Parigi&#8217;), che ha aperto in allegria questo 64<br />
festival di Cannes. (&#8230;) L&#8217;abilità di Woody Allen come sceneggiatore<br />
assicura una serie di battute e gag a raffica, dalle &#8216;lezioni&#8217; di vita e<br />
letteratura fatte da Hemingway allo scambio di idee tra Gertrud Stein e<br />
Picasso che discutono di un quadro ultra-astratto come se si trovassero<br />
davanti a un ritratto ultra-realista, dalle teorizzazioni di Dalí (Adrien<br />
Brody) allo stupore di Buñuel (Adrien de Van) di fronte al soggetto<br />
dell&#8217;Angelo sterminatore che Gil gli propone &#8216;a futura memoria&#8217;. Ma il<br />
vero piacere del film è soprattutto in questa libertà assoluta che offre a<br />
Woody Allen la possibilità di &#8216;giocare&#8217; con una serie di mostri sacri<br />
della cultura novecentesca (&#8230;) senza preoccuparsi di sembrare<br />
irriverente o pedante.&#8221; (Paolo Mereghetti, &#8216;Il Corriere della Sera&#8217;, 12<br />
maggio 2011)</p>
<p>&#8220;&#8216;Midnight in Paris&#8217; è un delizioso gioco della fantasia, una rêverie<br />
raccontata con indicibile grazia. Realizza un sogno che tutti coltiviamo<br />
di tanto in tanto: vi siete mai chiesti, anche a mo&#8217; di gioco di società,<br />
in quale epoca vorreste vivere? (&#8230;) Gli anni 20 a Parigi saranno anche<br />
stati straordinari, ma non c&#8217;era l&#8217;aria condizionata e se andavi dal<br />
dentista non ti facevano l&#8217;anestesia! (&#8230;) Kathy Bates è il solito genio,<br />
Michael Sheen e Rachel McAdams sono bravissimi, Marion Cotillard fa venir<br />
voglia di andarci davvero, negli anni &#8217;20. Ma il migliore in campo è<br />
Adrien Brody, che disegna un Salvador Dalì semplicemente gigantesco.<br />
Uscirete dal cinema declamando la parola &#8216;rinoceronti!&#8217;. Non chiedeteci<br />
perché, lo capirete da soli.&#8221; (Alberto Crespi, &#8216;L&#8217;Unità&#8217;, 12 maggio 2011)</p>
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	<![CDATA[<table class="orari"><tr><td>giovedì  8 dicembre</td><td> 18:30 20:30</td></tr><tr><td>venerdì  9 dicembre</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>sabato 10 dicembre</td><td> 18:30 20:30 22:30</td></tr><tr><td>domenica 11 dicembre</td><td> 18:30 20:30</td></tr><tr><td>lunedì 12 dicembre</td><td> riposo</td></tr><tr><td>martedì 13 dicembre</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>mercoledì 14 dicembre</td><td> 21:30</td></tr><tr><td>giovedì 15 dicembre</td><td> vedi KinOOpera</td></tr></table>]]>	</item>
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		<title>Midnight in Paris (da martedì 6 dic)</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 21:30:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Midnight in Paris Trama Una tranquilla famiglia americana arriva a Parigi in viaggio d&#8217;affari. L&#8217;incontro con una eccentrica coppia di fidanzati cambierà radicalmente la loro vita&#8230; Critica &#8220;Un sogno, una fantasticheria, un viaggio tra i fantasmi del Novecento, una visita tutta da ridere (ma non qualche emozione) a quegli «antenati» con cui non smettiamo di fare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Midnight in Paris<br />
Trama Una tranquilla famiglia americana arriva a Parigi in viaggio<br />
d&#8217;affari. L&#8217;incontro con una eccentrica coppia di fidanzati cambierà<br />
radicalmente la loro vita&#8230;</p>
<p>Critica &#8220;Un sogno, una fantasticheria, un viaggio tra i fantasmi del<br />
Novecento, una visita tutta da ridere (ma non qualche emozione) a quegli<br />
«antenati» con cui non smettiamo di fare i conti. Perché come dice il<br />
protagonista con Faulkner, &#8216;il passato non è affatto morto, anzi non è<br />
nemmeno passato&#8217;. Dunque passeggiando per Parigi ci si può ritrovare nella<br />
«Festa mobile» di Hemingway, si può andare a casa di Jean Cocteau con<br />
Zelda e Francis Scott Fizgerald, si può discutere del rapporto tra sesso e<br />
arte con Picasso e Gertrude Stein, o di vita e letteratura con lo stesso<br />
Hemingway. Che considera la pagina un campo di battaglia, e usa solo<br />
virilissime immagini belliche per parlare di scrittura, introspezione,<br />
racconto&#8230; Ci voleva Woody Allen per dare al Festival di Cannes una<br />
apertura adeguata, dopo le tante inaugurazioni inutili o roboanti degli<br />
ultimi anni, e forse qualcosa di più prezioso: un film-metafora, che mette<br />
in caricatura uno degli snodi decisivi della cultura contemporanea,<br />
stretta fra la necessità di conoscere, frequentare, conservare il passato,<br />
e quella di liberarsi dei miti più imbalsamati. O almeno di metabolizzarli<br />
a dovere. Naturalmente Woody Allen ha affrontato altre volte queste figure<br />
riverite e ingombranti. In uno dei memorabili pastiches letterari<br />
pubblicati in gioventù, &#8216;Memorie degli anni Venti&#8217; (&#8230;), Allen faceva già<br />
il verso alle colte ovvietà di Gertrude Stein, alla passione di Hemingway<br />
per la boxe (&#8230;), alla pittura cubista.&#8221; (Fabio Ferzetti, &#8216;Il<br />
Messaggero&#8217;, 12 maggio 2011)</p>
<p>&#8220;Un Allen d&#8217;annata dà vita nella sua seconda patria cittadina alla più<br />
esilarante commedia degli ultimi anni. Per ridere tanto bisogna tornare<br />
nei tempi recenti almeno a &#8216;Scoop&#8217;, ma forse addirittura a &#8216;Pallottole su<br />
Broadway&#8217; o agli esordi di comicità pura alla &#8216;Prendi i soldi e scappa&#8217; e<br />
alla sceneggiatura di &#8216;Ciao Pussycat&#8217;, il film durante il quale Woody si è<br />
innamorato di Parigi. &#8216;Midnight in Paris&#8217; gioca a scacchi con<br />
l&#8217;intelligenza e lo humour dello spettatore, spiazzandolo con un crescendo<br />
di mosse geniali e inattese, situazioni irresistibili e improvvisi cambi<br />
di prospettiva. Naturalmente si tratta di un gioco. Ma nulla, si sa, è più<br />
serio, complicato e difficile di un gioco. Il plot è meno di un pretesto,<br />
com&#8217;è negli ultimi Allen. E&#8217; appena un luogo comune, il rimpianto per un<br />
passato idealizzato. Ma allargato a dismisura, fino a diventare un<br />
paradosso surreale. (&#8230;) Lo humour e l&#8217;eros sono le forze trainanti di un<br />
divertimento assoluto. Tutto talmente scintillante da far quasi<br />
dimenticare la discreta presenza di Carla Bruni nella parte di una guida,<br />
che per mesi è stato il solo motivo di discussione e gossip intorno al<br />
film. Con tutto l&#8217;amore anche per le opere più cupe e pessimistiche degli<br />
ultimi anni, bisogna ammettere che si sentiva la mancanza dell&#8217;Allen più<br />
lieve e sfrenato.&#8221; (Curzio Maltese, &#8216;La Repubblica&#8217;, 12 maggio 2011)</p>
<p>&#8220;I miracoli esistono ancora, anche se bisogna aspettare che il campanile<br />
suoni mezzanotte. Ce lo ricorda Woody Allen con &#8216;Midnight in Paris&#8217;<br />
(appunto, &#8216;Mezzanotte a Parigi&#8217;), che ha aperto in allegria questo 64<br />
festival di Cannes. (&#8230;) L&#8217;abilità di Woody Allen come sceneggiatore<br />
assicura una serie di battute e gag a raffica, dalle &#8216;lezioni&#8217; di vita e<br />
letteratura fatte da Hemingway allo scambio di idee tra Gertrud Stein e<br />
Picasso che discutono di un quadro ultra-astratto come se si trovassero<br />
davanti a un ritratto ultra-realista, dalle teorizzazioni di Dalí (Adrien<br />
Brody) allo stupore di Buñuel (Adrien de Van) di fronte al soggetto<br />
dell&#8217;Angelo sterminatore che Gil gli propone &#8216;a futura memoria&#8217;. Ma il<br />
vero piacere del film è soprattutto in questa libertà assoluta che offre a<br />
Woody Allen la possibilità di &#8216;giocare&#8217; con una serie di mostri sacri<br />
della cultura novecentesca (&#8230;) senza preoccuparsi di sembrare<br />
irriverente o pedante.&#8221; (Paolo Mereghetti, &#8216;Il Corriere della Sera&#8217;, 12<br />
maggio 2011)</p>
<p>&#8220;&#8216;Midnight in Paris&#8217; è un delizioso gioco della fantasia, una rêverie<br />
raccontata con indicibile grazia. Realizza un sogno che tutti coltiviamo<br />
di tanto in tanto: vi siete mai chiesti, anche a mo&#8217; di gioco di società,<br />
in quale epoca vorreste vivere? (&#8230;) Gli anni 20 a Parigi saranno anche<br />
stati straordinari, ma non c&#8217;era l&#8217;aria condizionata e se andavi dal<br />
dentista non ti facevano l&#8217;anestesia! (&#8230;) Kathy Bates è il solito genio,<br />
Michael Sheen e Rachel McAdams sono bravissimi, Marion Cotillard fa venir<br />
voglia di andarci davvero, negli anni &#8217;20. Ma il migliore in campo è<br />
Adrien Brody, che disegna un Salvador Dalì semplicemente gigantesco.<br />
Uscirete dal cinema declamando la parola &#8216;rinoceronti!&#8217;. Non chiedeteci<br />
perché, lo capirete da soli.&#8221; (Alberto Crespi, &#8216;L&#8217;Unità&#8217;, 12 maggio 2011)</p>
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